Siamo al termine dell’anno scolastico e i docenti si apprestano a partecipare agli ultimi consigli di classe (insieme dei docenti di una classe) per decidere in merito ai risultati finali degli alunni, voti, promozioni, debiti formativi, bocciature.

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Il professor Di Maggio, docente di inglese in un istituto tecnico economico, è alla guida della sua utilitaria per recarsi alla sua scuola, distante alcuni chilometri dalla sua abitazione. Le sue 18 ore settimanali le effettua in sei classi, 3 ore settimanali per classe, vede circa 170 alunni (le 5 classi del corso A più la prima del corso B) ed è inserito in sei diversi consigli di classe.

“Eccoci finalmente alla conclusione dell’anno scolastico” riflette mentre guida e col pensiero scorre i momenti più significativi del suo lavoro, le difficoltà e i problemi con cui si è dovuto misurare e i risultati a cui ritiene di essere pervenuto.

Un problema al momento lo turba: negli ultimi giorni di scuola i collaboratori del dirigente scolastico hanno fatto circolare nella sala professori la raccomandazione di sistemare i propri voti in modo da non avere bocciati se non in qualche caso estremo e di assegnare debiti formativi ad un limitatissimo numero di alunni. I risultati dovranno dimostrare che la scuola ha ben operato, tanto da pervenire al successo formativo dei suoi alunni.

Da quando è stato istituito il sistema di autovalutazione delle scuole, il successo formativo degli alunni è un parametro importante a cui dirigenti scolastici tengono moltissimo.

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Il prof. DI Maggio che si trova con non meno del 15% di insufficienze sui registri, non sa cosa fare. Altro non gli rimane che alzare i voti a tutti i suoi studenti in modo da premiare ulteriormente quelli che hanno lavorato di più e meglio e portare alla sufficienza anche quelli che di studio non ne hanno voluto sapere.

A parte ogni considerazione, la cosa lo imbarazza non poco perché molti alunni conoscono i loro voti e i genitori di quelli insufficienti erano già stati informati dell’andamento negativo dei loro figli. Poi riflette: “la maggior parte dei colleghi ha accettato il nuovo orientamento, non vale la pena di mettersi contro il sistema, tanto non servirebbe a nulla.

Ricorda che l’anno scolastico era cominciato con scontri violenti sin dall’inizio, quando il collegio dei docenti (insieme di tutti i docenti di una scuola) doveva decidere per il sabato libero e il rientro di due pomeriggi. Avvocati, ingegneri, commercialisti e quanti avevano altri impegni pomeridiani si opponevano energicamente, mentre quelli il cui unico lavoro era fare il professore erano favorevoli alla proposta. Non se ne fece nulla.

Pensa poi alla guerra per l’orario: in tanti avevano delle esigenze particolari di cui i compilatori dell’orario avrebbero dovuto tener conto nel sistemare le 18 ore di insegnamento di ognuno.

Gli viene in mente che il suo collega avvocato era riuscito a farsi sistemare un orario che gli consentiva di partecipare alle udienze in tribunale: le prime quattro ore del lunedì, le prime due ore dal martedì al venerdì e sei ore il sabato.

A lui erano capitate quasi sempre le ultime ore: dal lunedì al giovedì dalle 11 alle 14, il venerdì libero e sei ore il sabato. “Siamo al 12 Giugno” pensava “e con oggi, non essendo impegnato in procedure d’esame, si conclude il mio anno scolastico. Tranne la partecipazione a qualche riunione, riprenderò a lavorare a metà settembre. Sarò inattivo per oltre tre mesi”.

Quante volte si era chiesto il senso di questo orario di lavoro! Per lui, che doveva vivere facendo solo il professore, sarebbe andato benissimo essere impegnato sei/sette ore al giorno per 11 mesi in cambio di uno stipendio adeguato alle sue esigenze di unico occupato in famiglia.

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Nel nostro sistema scolastico, rifletteva, la tipologia di orario di lavoro esistente va bene quasi a tutti: alle tante donne (circa l’80% dei docenti) che con il loro stipendio integrano quello dei mariti e hanno bisogno di tempo libero da dedicare agli impegni domestici, ai professionisti che devono conciliare l’insegnamento con la libera professione e a tutti quelli che possono contare su una seconda attività intestata a qualche parente.

Si approssimava così alla conclusione dell’anno scolastico con una profonda tristezza:
  • non aveva potuto portare a termine quanto aveva programmato
  • non era soddisfatto del grado di apprendimento dei suoi alunni
  • avvertiva l’inutilità dei tanti atti burocratici redatti come copie di quelli degli anni precedenti
  • era consapevole che i risultati riportati sui suoi registri non erano rispondenti alla realtà
  • avvertiva l’improduttività delle tante riunioni dei consigli di classe e dei collegi dei docenti.

Lo rattristava soprattutto il fatto che le varie indagini danno gli alunni italiani agli ultimi posti per la conoscenza della lingua inglese e che essi non sono in grado, dopo tanti anni di scuola, di comprendere e farsi comprendere in inglese.

Quale insegnante esperto della materia, si sentiva umiliato nel constatare che migliaia di persone ricorrono alle scuole private di inglese e, nel giro di qualche anno, riescono ad ottenere risultati superiori a quelli ottenuti in 10 anni di insegnamento scolastico. Egli viveva sulla sua pelle questa realtà e, da appassionato e conoscitore della materia, si era spesso interrogato sulle cause di questo fenomeno e sui possibili rimedi.

Gli ostacoli in cui si era imbattuto erano sempre gli stessi:
  • L’impossibilità pratica di attuare una metodologia didattica diversa dalla classica lezione frontale per mancanza di adeguati strumenti audiovisivi e di tempo.
  • L’impossibilità di utilizzare corsi prefabbricati (in luogo del tradizionale libro di testo) in grado di stimolare l’attenzione e l’impegno degli studenti.
  • La mancanza di valutazioni continue ed oggettive atte a responsabilizzare gli alunni.
  • Il fatto di lavorare nelle ultime ore dalla mattinata con gli alunni già sfibrati dalle precedenti ore di lezione e le frequenti interruzioni dell’attività didattica a causa di assenze, scioperi, seggi elettorali, e ponti.

Alla fine, conclude il prof. Di Maggio, che stava per arrivare a scuola, forse è più coerente promuovere tutti gli alunni. Non si può dare tutta la colpa a loro se le cose non vanno come dovrebbero andare, e, mentre parcheggiava, si ricordò che non aveva ancoro pagato le bollette e che mancava ancora molto per il prossimo stipendio.

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